14/07/2014

OVH VPS Classic

Eccomi qui a distanza di un anno esatto ad affrontare l’ennesima migrazione del blog (che ormai somiglia sempre più a un ambiente di test per provider).

Dopo aver aver provato l’ottimo servizio di hosting di Siteground ho mio malgrado deciso di cambiare aria, non certo per la qualità del servizio (sempre ottima), ma per una pura questione di costi; al termine dell’anno promozionale l’hosting condiviso base di Siteground lievita a quasi 100 $ l’anno, decisamente troppo per il mio target.

A questo punto il dubbio amletico: hosting o vps?
OVH ha deciso di togliermi ogni dubbio in merito con una offerta che francamente ha del miracoloso, ovvero VPS Classic:

  • 1 CPU Opteron 4284 3GHz
  • 1 GB di ram
  • 10 GB di storage
  • banda e traffico a carrettate

…il tutto alla modica cifra di 2,43 € al mese iva inclusa.

Il servizio di primo acchito sembra essere ottimo, ordine e pagamenti semplici e immediati, tempo 5 minuti dal pagamento e sarete già connessi in ssh al vps.

ovh-vps1

L’interfaccia di amministrazione è pulita e molto funzionale, la schermata principale mostra le risorse della macchina, gli ip, lo stato dei servizi in ascolto (http, https, ssh, dns, smtp e raggiungibilità via ping) e poco altro.
Accedendo ai menù avanzati è possibile verificare l’andamento delle principali risorse in modo più dettagliato, riavviare, modificare la password di root (il che causa un riavvio del vps), modificare il contratto o rinnovarlo, e reinstallare il vps scegliendo tra diverse distribuzioni (Debian 6 e 7, CentOS 6, Ubuntu 13.10 e 14.04) o setup che comprendono alcuni dei cms più diffusi o pannelli di amministrazione.

Ovviamente non manca un comodo KVM che permette di accedere alla console del vps, giusto nel caso abbiate pasticciato un po’ con la rete e iptables.

OVH - VPS

Le performance sono… eh no, queste le vedremo prossimamente, diciamo che per ora sono più che soddisfatto :D

12/11/2013

Free as in freedom

gnuFin da quando ho cominciato a giocare con le prime distribuzioni GNU/Linux (si trattava del 1998 con una Redhat 5.0, seguita da una Debian potato un paio d’anni dopo) non ho potuto fare a meno di rimanere affascinato dall’universo IT che si contrapponeva al mondo commerciale, ciò nonostante non ho mai approfondito molto il concetto di free software, la storia della Free Software Foundation e l’opera di Richard Stallman.

In particolare RMS mi è sempre parso un personaggio colorito nei modi ma piuttosto talebano nella sostanza, col passare degli anni, il lavoro e l’esperienza sul campo ho capito che forse le mie impressioni iniziali non erano poi così lontane dalla realtà, quello che è cambiato è il valore che ho imparato a dare a queste impressioni superficiali.
Recentemente mi è capitato di leggere la bellissima biografia ufficiale di RMS “Codice Libero (Free as in Freedom)”, tra un aneddoto curioso e l’altro questo libro non ha fatto che confermare la convinzione che, per quanto intransigente e poco diplomatico, il messaggio e le idee di Stallman fossero imho essenzialmente corrette, e mi ha finalmente chiarito la vera portata globale di questa battaglia.

Una delle cose che mi ha particolarmente colpito in quel libro è notare la quantità INDUSTRIALE di personaggi chiave della storia informatica che hanno ruotato attorno a RMS, alla FSF e alle loro creature (GPL in primis).
E non mi riferisco solo a Linus Torvalds (il creatore del kernel linux, il cui rapporto con Stallman è stato, ed è ancora oggi estremamente complesso), pensate ad uno qualsiasi dei grandi progetti free software o open source che sta alla base delle odierne infrastrutture e servizi informatici (quindi anche dietro i tanto adorati servizi di social networking), non ce n’è uno il cui creatore non abbia venerato la figura di Stallman o non abbia avuto stretti rapporti con lui e la Free Software Foundation.

Richard_Stallman

E’ stupefacente poi notare quanta disinformazione abbia accumulato attorno a se la figura di Stallman, questo suo modo di apparire trasandato e apparentemente hippy (niente di più lontano dalla sua storia e dal suo modo di pensare), piuttosto che le accuse assurde di fomentare una sorta di comunismo informatico (niente di più lontano dalle idee di libertà estrema che ha sempre divulgato e difeso).
Che tecnicamente RMS sia un genio è un dato di fatto (i suoi trascorsi accademici lo dimostrano, così come la sua attività come sviluppatore Lisp e C), ma lo è altrettanto dal punto di vista comunicativo, anzi politico e culturale, quindi ben al di fuori di quei confini IT che lui stesso ha sempre considerato come il suo unico perimetro d’azione.

Confesso che non vedo l’ora di assistere ad una sua conferenza, se c’è un personaggio che riuscirebbe a far muovere il sederone a questo kender campione di pigrizia è proprio RMS, nel frattempo Happy Hacking a tutti!

26/08/2013

internet.org

Durante questa settimana un po’ tutti i media non hanno lesinato elogi di fronte alla filantropica iniziativa di Mark Zuckerberg internet.org, ma quanto c’è veramente di filantropico dietro a questa mossa?

Vediamo di capirci un po’ meglio, partiamo dal presupposto che questa iniziativa sia veramente filantropica, insomma una roba alla “one laptop per child” che permetta alle popolazioni che vivono in paesi economicamente svantaggiati di acculturarsi e migliorare la propria vita o la società in cui vivono.

Prendiamo quindi ad esempio la nostra società, che bene o male questi mezzi già li possiede (più o meno…) e osserviamo quanto il web migliora la nostra vita; certamente è uno strumento utile, ci permette di raggiungere informazioni di cui non eravamo a conoscenza, ci permette di partecipare e di contribuire a questa “conoscenza globale” sottoforma di post sui blog, di interventi sui forum, di discussioni sui newsgroup.
Ma in realtà quante delle attività online sono finalizzate a tutto questo?

Qual’è invece il peso delle attività futili, certamente divertenti, ma scarsamente educative o comunque migliorative della nostra condizione di esseri umani?
Tutti i milioni di utenti che popolano i social network e che si scambiano miliardi di informazioni sottoforma di brevi messaggi da 160 caratteri, immagini più o meno divertenti, fotografie taggate e click su “mi piace”, quanto sono significativi in termini di contributo all’umana evoluzione? Qual’è il peso di un post su twitter o di una foto taggata rispetto chessò ad un post di un paio di pagine su un blog?
Per carità, anche il post su un blog o una discussione su un forum può essere frivola, divertente e intellettualmente non elevata, ma presuppone una attività partecipativa che comporta una riflessione.

Se poi andiamo a vedere le statistiche scopriamo che la propensione a intraprendere attività intellettualmente stimolanti online è fortemente influenzata dalla classe sociale in cui si è cresciuti e dove si vive, quindi in parte anche dal livello di istruzione e dalla curiosità intellettuale che anima gli individui in questione.
Se guardiamo i dati il gap tra gruppi con differente livello di scolarità è pressochè costante, al contrario la diffusione di connettività broadband e dispositivi tecnologici che permettono accesso alla rete è talmente pervasiva ed esponenziale da aver praticamente saturato il mercato invadendo qualsiasi fascia di reddito o gruppo sociale.

Predicted-Probability-of-Blogging-Among-American-Adults-small

Quindi se la diffusione capillare della tecnologia non ha sostanzialmente migliorato le condizioni di vita nel mondo occidentale, perchè dovrebbe farlo in paesi dove i problemi principali sono la scarsità di acqua potabile, di cibo, di strumenti per lavorare e di scuole?
Siamo proprio convinti che un tablet o uno smartphone connessi al web a qualche decina di Kbps siamo risolutivi?
Non è forse più ragionevole pensare che sia prioritario fornire i mezzi di sostentamento necessari, migliorare il livello di istruzione e forse POI fornire accesso al web in modo da sviluppare quelle attività intellettualmente stimolanti che possono portare a una maggiore consapevolezza dei problemi di ciascuna comunità?

In realtà Zuckerberg e i suoi compagni di merende sono solo alla spasmodica ricerca di nuovi mercati da cui attingere utenti per i loro servizi (senza i quali chiuderebbero prima di subito), possibilmente attraverso dispositivi che meglio si adattano ai loro servizi, ovvero smartphone e tablet.
Non è un caso che gli strumenti prediletti siano questi, dispositivi scarsamente interattivi e generalmente usati in modo molto passivo, perfetti per postare brevi messaggi (non certo per scrivere un lungo e noioso post come questo) o per fare browsing, gli strumenti perfetti per definire se stessi sulla base di parametri comprensibili dal mercato (sei single, accoppiato o in cerca di partner? quali libri ti piacciono? quali film ti piacciono? etc etc etc…), guardacaso l’obbiettivo di società che vivono di data mining come Facebook o Google.

Non solo, alla base di tutto questo vi è una dottrina molto popolare in California che risponde al nome determinismo tecnologico, che vede nella tecnologia la via maestra per risolvere tutti i problemi (sociali, politici, economici etc etc) del pianeta, basti pensare che qualche invasato di questa scuola di pensiero è arrivato a teorizzare che con un manuale di javascript da 100 $ un homeless potrebbe arrivare a risollevarsi e migliorare la propria condizione di vita…

Qui il cerchio si chiude, io non giudico negativamente Zuckerberg o suoi sodali per il tentativo di espandere i loro potenziali utenti (qualcuno ha detto prodotti?), non sopporto però che tutto questo venga mascherato da iniziativa filantropica, perchè è falso e vergognoso nei confronti di coloro che vivono in condizioni di totale povertà, spesso a causa degli interessi occidentali.

18/07/2013

Siteground

Eccomi reduce dalla seconda migrazione di questo blog, dopo essere nato su Aruba nel lontano 2006 ed essere migrato ad OVH tre anni fa, ho deciso di spostare baracca e burattini da un nuovo provider: Siteground.

Purtorppo l’esperienza con OVH non è stata del tutto positiva, anzi francamente non posso che sconsigliare la loro offerta di hosting personale.
Dal punto di vista delle features e dei servizi di amministrazione OVH imho offre un buon servizio, generalmente spanne sopra i due principali hosting provider italiani (Aruba e Register.it) che al confronto mettono a disposizione dell’utente un pannello di amministrazione dozzinale.
I costi sono accessibili e molte features che Aruba propone a pagamento vengono automaticamente incluse nel piano di hosting di OVH (ad esempio un hostname differente da www.domain.tld), sulla carta ci sono maggiori limitazioni in fatto di quota db, storage e traffico a banda piena, ma i limiti sono tali per cui difficilmente un utente domestico arriverà mai ad avere problemi.

Ahimè le note positive si fermano qui, il supporto non è sempre all’altezza della fama del grande provider transalpino, e a fronte dell’apertura di ticket per scarse performance mi sono sentito rispondere cose del tipo “passi al piano di hosting superiore” (e più costoso, aggiungo io…).

Poi viene il grande problema, le performance appunto.
Ero fuggito da Aruba anche a causa delle scarse performance causate dell’overbooking dei server, passando a OVH la situazione è migliorata sensibilmente per poi ripiombare in un abisso di lentezza se possibile peggiore di quello sperimentato col provider italiano :(
Sulla carta (e da phpinfo) le risorse messe a disposizione da OVH sono sempre state superiori, alla prova dei fatti però l’hosting di WordPress si è dimostrato penoso; acceleratori php, upgrade di versioni e best practice di WordPress non sono servite a nulla, supporto inutile, il test con altri cms (es Drupal) si è dimostrato addirittura più lento.
Come se non bastasse qualche mese ho avuto modo di testare un piano di hosting base Aruba con un sito basato su  Drupal 7, un missile terra aria rispetto al mio elefantiaco piano di hosting su OVH :(

Ora eccomi qui su Siteground, la migrazione è stata fulminea e indolore (merito anche dei tanti tool messi a disposizione dal nuovo provider, non ultimo la comodissima shell ssh), il servizio di supporto istantaneo e disponibilissimo, le performance per ora ottime, il tutto al prezzo da urlo di 9,95 $ per un anno (anzichè al mese, si tratta di una promozione per i nuovi clienti, se siete interessati date un’occhiata qui).

Il pannello di controllo gronda di una tale quantità di features che francamente non saprei nemmeno da dove cominciare per descriverlo, è possibile accedere a qualsiasi log, solo la selezione della versione di php spazia tra 7 possibili alternative, addirittura è possibile collegarsi al dbms MySQL tramite il normalissimo client CLI senza passare da phpmyadmin (cosa comodissima per backup e restore dei db) e basta collegarsi via ssh per modificare qualsiasi file con nano o vi.
Insomma tra una feature e l’altra mi sembra quasi di avere a che fare con un private virtual server piuttosto che con un piano di hosting web!

Le premesse per ora sono ottime, vedremo se il servizio si manterrà su questo livello.

15/06/2013

Subsonic

SubsonicLogoOggi si sente un gran parlare di servizi di streaming audio per portarsi appresso tutta la propria musica ovunque ci si trovi, servizi tipo Spotify o altre vaccate simili promettono mari e monti, salvo poi ritrovarsi inondati da una tale quantità di brani da non saper più quale scegliere…

Se anzichè dipendere da questi servizi preferite “degooglelizzarvi” e portarvi davvero ovunque la VOSTRA musica, sul VOSTRO hardware, con i VOSTRI servizi, allora vi consiglio di dare un’occhiata a questo fantastico servizio che risponde al nome di Subsonic.

Subsonic è ufficialmente un server di streaming audio completamente free che vi permette di ascoltare i vostri mp3 usando una comoda interfaccia web oppure delle applicazioni dedicate (anche per dispositivi mobile).
Tecnicamente parlando si tratta di una applicazione java disponibile sia come comodo package .war da deployare su un servlet container a piacimento (es Apache Tomcat), oppure come setup omnicomprensivo (applicazione + jetty) per Windows, GNU/Linux RedHat (rpm), Debian/Ubuntu (deb) oppure MacOS (pkg).

Tutto quello che dovete fare è lanciare il setup, attendere il completamento dell’operazione e poi collegarvi sulla porta standard 4040 (ovviamente personalizzabile a piacimento), loggarvi come amministratore e configurare i pochi semplici parametri necessari al funzionamento (es la directory che contiene i propri mp3).
Per esporre il servizio online potete scegliere se nattare il servizio oppure esporlo mediante un reverse proxy (io ho scelto quest’ultima strada), per fare in modo che il servizio utilizzi il protocollo https dovete seguire le semplici istruzioni che trovate in coda a questa pagina.

Riguardo alle applicazioni mobile (ma non solo) avete solo l’imbarazzo della scelta, a questo link trovate tutte le possibili alternative free o a pagamento; per utilizzarle vi basta installare la vostra prescelta sul dispositivo, puntare alla url del vostro server Subsonic e inserire le credenziali per autenticarvi.

Infine per raggiungere il vostro server Subsonic dalla fida ADSL di casa vi basterà registrarvi su uno dei tanti servizi di dns dinamico, crearvi un hostname pubblico e fare in modo che questo venga costantemente aggiornato con il vostro ip dinamico mediante le apposite utility fornite dal provider del servizio.

Beccatevi il mio gioiellino appena installato… e già, sono un fan sfegatato dei Dire Straits ;)

subsonic

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